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Hacker

  24 Giugno 2013
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Un hacker ,termine che fu  coniato negli Stati Uniti d’America a metà dell’ 900 che si può tradurre in italiano con smanettone, è una persona che si impegna nell’ affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte, che non si limitano solo ai suoi ambiti d’interesse ,che di solito sono l’informatica o l’ elettronica, ma comprendono tutti gli aspetti della sua vita.

 

Esiste un luogo comune, usato soprattutto dai mass media (a partire dagli anni ottanta), per cui il termine hacker viene associato ai criminali informatici, la cui definizione corretta è, invece, “cracker”.

La maggioranza degli odierni hacker  fa risalire le origini del termine “Hacker” al MIT, dove il termine fece la sua comparsa nel gergo studentesco all’inizio degli anni cinquanta. Per quanti frequentavano l’istituto in quegli anni il termine “hack” veniva usato con un significato analogo a quello dell’odierno “goof“ (scemenza, goliardata). Stendere una vecchia carcassa fuori dalla finestra del dormitorio veniva considerato un “hack”, ma altre azioni più pesanti o dolose,ad esempio, tirare delle uova contro le finestre del dormitorio rivale, oppure deturpare una statua nel campus , superavano quei limiti. Era evidente nella definizione di “hack” lo spirito di un divertimento creativo e innocuo.

Più avanti negli anni cinquanta, il termine “hack” acquistò una connotazione più netta e ribelle. Al MIT degli anni cinquanta vigeva un elevato livello di competizione e l’attività di hacking emerse sia come reazione sia come estensione di una tale cultura competitiva. Goliardate e burle varie divennero  un modo per scaricare la tensione accumulata, per prendere in giro l’amministrazione del campus, per dare spazio a quei pensieri e comportamenti creativi repressi dal percorso di studio dell’istituto. Inoltre L’istituto, con la miriade di corridoi e tunnel sotterranei, offriva ampie opportunità esplorative per quegli studenti che non si facevanointimidire da porte chiuse e da cartelli tipo “Vietato l’ingresso”. Fu così che il termine“tunnel hacking“ fu usato dagli stessi studenti per indicare queste incursioni sotterranee non autorizzate. Il sistema telefonico del campus offriva analoghe opportunità. Grazie ad alcuni esperimenti  gli studenti impararono a fare scherzi divertenti. Traendo ispirazione dal  “tunnel hacking”, questa nuova attività venne presto battezzata “phone hacking”, per poi diventare l’odiernophreaking.

Il connubio tra divertimento creativo ed esplorazioni senza limiti costituirà la base per le futureevoluzioni del termine hacking. I primi ad auto-qualificarsi“computer hacker” nel campus del MIT furono un gruppo di studenti appassionati di modellismo ferroviario, che negli ultimi anni cinquanta si erano riuniti nel Tech Model Railroad Club. Una ristretta cerchia all’interno di quest’ultimo era il comitato Signals and Power , gli addetti alla gestione del sistema del circuito elettrico dei trenini del club. Un sistema costituito da un sofisticato assortimento di relè e interruttori analogo a quello del sistema telefonico del campus. Per gestirlo era sufficiente che un membro del gruppo inviasse semplicemente i vari comandi tramite un telefono collegato al sistema.

I nuovi ingegneri elettrici responsabili per la costruzione e il mantenimento di tale sistema considerarono lo spirito di simili attività analogo a quello del phone hacking. Adottando il termine hacking, iniziarono così a raffinarne ulteriormente la portata. Dal punto di vista del comitato Signals and Power, usare un relè in meno in un determinato tratto di binari significava poterlo utilizzare per qualche progetto futuro.Il termine hacking si trasformò da sinonimo di gioco ozioso, a un gioco in grado di migliorare le prestazioni o l’efficienza complessiva del sistema ferroviario del club. Quanto prima i membri di quel comitato cominciarono a indicare con orgoglio l’attività di ricostruzione e miglioramento del circuito per il funzionamento delle rotaie con il termine “hacking”, mentre “hacker” erano quanti si dedicavano a tali attività.

 Un ulteriore mutamento etimologico si ebbe quando gli hacker misero le mani su una macchina appena arrivata al campus. Noto come TX-0, si trattava di uno dei primi modelli di computer lanciati sul mercato. L’intero comitato Signals and Power era emigrato in massa nella sala di controllo del TX-0, portandosi dietro lo stesso spirito di gioco creativo. “To hack” non indicava più l’attività di saldare circuiti dalle strane sembianze, bensì quella di comporre insieme vari programmi, con poco rispetto per quei metodi o procedure usati nella scrittura del software “ufficiale”. Significava inoltre migliorare l’efficienza e la velocità del software già esistente che tendeva a esaurire le risorse della macchina. Ed è qui che successivamente si colloca una diversa origine del termine hacker, che si avvicina alla forma sostantivadel verbo inglese “to hack” che significa “tagliare”, “sfrondare”, “sminuzzare”, “ridurre”, “aprirsi un varco”, appunto fra le righe di codice dei programmi software. Un hacker era quindi uno che riduceva la complessità e la lunghezza del codice sorgente. Rimanendo fedele alla sue origini, il termine indicava anche la realizzazione di programmi aventi l’unico scopo di divertire o di intrattenere l’utente.

UN esempio di quest’ampliamento della definizione di hacker è Spacewar!, il primo video game interattivo. Sviluppato nei primi anni sessanta dagli hacker del MIT, Spacewar! includeva tutte le caratteristiche dell’hacking tradizionale: era divertente e casuale, non serviva ad altro che a fornire una distrazione serale alle decine di hacker che si divertivano a giocarvi. Dal punto di vista del software, però, rappresentava una testimonianza incredibile delle innovazioni rese possibili dalle capacità di programmazione. Inoltre era completamente liberoe gratuito.

Furono i concetti di innovazione collettiva e proprietà condivisa del software a distinguere l’attività di computer hacking, degli anni sessanta, da quelle di tunnel hacking e phone hacking, del decennio precedente. Queste ultime tendevano a rivelarsi attività condotte da soli o in piccoli gruppi e la natura segreta di tali attività non favoriva condivisione di nuove scoperte. Invece i computer hacker operavano all’interno di una disciplina scientifica basata sulla collaborazione e sull’aperto riconoscimento dell’innovazione.

Nella seconda metà degli anni settanta il termine “hacker” aveva assunto la connotazione di élite. In senso generale, computer hacker era chiunque scrivesse il codice software per il solo gusto di riuscirci. In senso specifico, indicava abilità nella programmazione. Definire hacker un collega programmatore costituiva un segno di rispetto. Auto-descriversi come hacker rivelava un’enorme fiducia personale. In entrambi i casi, la genericità iniziale dell’appellativo computer hacker andava diminuendo di pari passo alla maggiore diffusione del computer.

Con il restringimento della definizione, l’attività di computer hacking acquistò nuove connotazioni semantiche. Per potersi definire hacker, una persona doveva compiere qualcosa di più che scrivere programmi interessanti; doveva far parte dell’omonima cultura e onorarne le tradizioni . Gli hacker di istituzioni elitarie come il MIT, Stanford e Carnegie Mellon iniziarono a parlare apertamente di “etica hacker”: le norme non ancora scritte che governavano il comportamento quotidiano dell’hacker.

A partire dai primi anni ottanta i computer iniziavano a diffondersi un po’ ovunque, e i programmatori che una volta dovevano recarsi presso grandi istituzioni o aziende  improvvisamente si trovarono a stretto contatto con hacker di grande livello via ARPANET. Grazie a questa vicinanza, i comuni programmatori presero ad appropriarsi delle filosofie anarchiche tipiche della cultura hacker di ambiti come quello del MIT. Nel corso di un simile trasferimento di valori andò perduto la  culturale originato al MIT contro ogni comportamento malevolo, doloso. Mentre i programmatori più giovani iniziavano a sperimentare le proprie capacità con finalità dannose, creando e disseminando virus, facendo irruzione nei sistemi informatici militari, provocando deliberatamente il blocco di macchine quali lo stesso Oz del MIT, il termine “hacker” assunse connotati punk, nichilisti. Quando polizia e imprenditori iniziarono a far risalire quei crimini a un pugno di programmatori rinnegati che citavano a propria difesa frasi di comodo tratte dall’etica hacker, quest’ultimo termine prese ad apparire su quotidiani e riviste in articoli di taglio negativo. Nonostante la pubblicazioni di  libri come quello di Levy avessero fatto parecchio per documentare lo spirito originale di esplorazione da cui nacque la cultura dell’hacking, per la maggioranza dei giornalisti “computer hacker” divenne sinonimo di “rapinatore elettronico”.Da questo momento si insinua nella conoscenza popolare l’uguaglianza Hacker-Malvivente.

L’essenziale spirito contro comportamenti dolosi o deliberatamente dannosi trova conferma a tal punto da spingere la maggioranza degli hacker ad utilizzare il termine cracker per indicare quegli hacker che abusano delle proprie capacità.

Questo fondamentale tabù contro gli atti dolosi rimane il primario collegamento culturale esistente tra l’idea di hacking degli ultimi anni e quello degli anni cinquanta. Mentre la definizione di computer hacking abbia subìto un’evoluzione durante gli ultimi quattro decenni, il concetto originario di hacking in generale sia invece rimasto inalterato. Nell’autunno 2000 il MIT Museum onorò quest’antica tradizione dedicando al tema un’apposita mostra, la Hall of Hacks. Questa comprendeva alcune fotografie risalenti agli anni venti, inclusa una in cui appare una finta auto della polizia.

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